Saggi e Articoli
Il labirinto di Prévost
in Manon Lescaut, Teatro Regio di Torino 2017, pp. 43-51
(copyright Teatro Regio di Torino)
Pare che nel 1844 un lontano discendente di Prévost, convinto di essere stato imbrogliato in una divisione di beni visto che aveva ereditato solo un mucchio di lettere e manoscritti dell’autore di Manon Lescaut, abbia scaraventato tutto nel fuoco direttamente nel cortile del notaio[1]. Forse è una spiegazione un po’ troppo romanzesca, ma in effetti i documenti di prima mano su di lui sono curiosamente pochi. Di un uomo che per tutta la vita dovrebbe aver intrattenuto una fitta corrispondenza, non ci restano che 39 lettere. Pur avendo pubblicato 168 volumi (quasi un record anche per quei tempi), non abbiamo neanche un contratto con un editore. A creare questo alone di mistero ha contribuito lo stesso Prévost, che aveva quasi il culto della segretezza. Sacerdote controvoglia e avventuriero per vocazione, si può dire che per anni abbia avuto una doppia (se non addirittura tripla) vita. Del resto, se Beaumarchais oltre che il drammaturgo faceva l’orologiaio, la spia e il trafficante d’armi, perché stupirsi?
La vita di Prévost prende spesso la forma di un romanzo: esilio, evasioni, ambizioni e passioni smisurate, fughe e ritorni, colpi di testa, fortune e rovine impreviste. È un genio della menzogna. Insomma: il romanziere perfetto.
Vi lascio giudicare quali dovevano essere tra i venti e i venticinque anni il cuore e i sentimenti di un uomo che ha scritto il Cleveland a trentacinque o trentasei anni. La conclusione sfortunata di un impegno troppo tenero alla fine mi condusse alla Tomba: è il nome che do al rispettabile Ordine dove andai a seppellirmi e dove rimasi così ben morto che i miei parenti e i miei amici ignoravano cosa fossi divenuto.[2]
In questo passo di Le Pour et Contre Prévost fa riferimento agli anni fra il 1717 e il 1721 di cui non abbiamo fonti, ma ci fa anche capire che, se volessimo saperne qualcosa, dovremmo leggere con attenzione le sue opere, rimaste peraltro per molti anni inaccessibili ai più (con l’eccezione di Manon Lescaut). L’edizione più importante, e nemmeno completa, in 39 volumi pubblicata ben vent’anni dopo la sua morte nel 1783-85, non venne ristampata fino al 1810-16. Cleveland, dopo l’edizione del 1777, è stato praticamente irreperibile per oltre due secoli. Insomma: una vita nascosta nei romanzi, un’esca per il pubblico.
Prévost è stato uno dei primi autori che hanno fatto dell’allusione autobiografica un elemento fondamentale del proprio stile. È una continua sfida per i critici ma anche per i lettori e per gli appassionati d’opera. Non sapremo mai in quale misura Des Grieux sia in realtà Prévost (forse più quello di Massenet che quello di Puccini) o quanto ci sia di vero nel carattere di Manon, ma è proprio questo enigma a rendere la storia straordinaria. È un gioco di specchi, come nel finale della Signora di Shanghai. Chi è chi? Nell’Avis de l’auteur che precede L’Histoire de Manon Lescaut si instaura un “patto” tra il lettore e chi racconta, ma nella realtà chi è che effettivamente “racconta”? “L’homme de qualité” protagonista del romanzo-cornice, Des Grieux o Prévost stesso? È un mistero costruito deliberatamente e non è un caso che proprio in quegli anni l’autore abbia voluto aggiungere un elemento nobiliare ma soprattutto romanzesco al suo nome. Dal 1728 non è più Prévost ma Prévost d’Exiles[3]. È tutto un programma.
Antoine-François Prévost (per molti semplicemente l’abbé Prévost) nasce il primo aprile 1697 a Hesdin, cittadina del Dipartimento del Pas-de-Calais. È figlio di un avvocato e nipote di un curato; nei primi tempi la famiglia si aspetta che faccia il prete, magari il vescovo o il priore di un’abbazia, che sia pio e sottomesso, rispettoso delle leggi di Dio. A un’infanzia immobile e protetta fa però seguito un decennio d’avventure sempre in bilico tra la vita militare e il convento, tra il rosso e il nero. Un periodo tanto disordinato e contrastato che ancora oggi ci è in gran parte ignoto.
Dopo aver perso tragicamente la madre e la sorella, a quattordici anni lascia Hesdin, travolta dalla Guerra di successione spagnola, si arruola come volontario e poi comincia il noviziato dai Gesuiti a Parigi nel 1717, ma l’anno successivo ritorna nell’esercito. Scappa in Olanda e lavora nell’editoria, ma quella “conclusione sfortunata di un impegno troppo tenero” lo convince (o lo costringe) a cambiar vita e nel 1721, con l’opposizione del padre, fa la sua professione di fede presso i Benedettini. Dieci anni dopo sosterrà che quell’atto non aveva valore perché aveva pronunciato la formula dei voti con tutte le restrizioni interiori che potevano autorizzarlo a romperli.
Approfittare dell’immunità ecclesiastica faceva comodo, specie dopo qualche affare andato male, ma non è escluso che questi periodici ritorni nel grembo della Chiesa corrispondessero per lui a un bisogno profondo di pace, per ritrovare se stesso, tra un’avventura e l’altra.
La tradizione culturale dei Benedettini acuisce il suo interesse per l’erudizione, ma accanto agli studi “ufficiali” non tralascia quelli clandestini, collaborando alla seconda parte delle Aventures de Pomponius, chevalier romain, un romanzo satirico pubblicato ad Amsterdam nel 1724 che sotto la finzione dell’ambientazione classica descrive le depravazioni della Reggenza, le stesse che appariranno in Manon Lescaut e dove preti, frati e sette religiose non fanno certo una bella figura. I superiori dubitano di lui, che ammetteva candidamente di tenere una condotta “non delle più regolari”. L’ordinazione effettiva è rimandata, viene spostato da un convento all’altro e nel frattempo comincia a scrivere di nascosto i primi tomi del suo sterminato capolavoro, Mémoires et aventures d’un homme de qualité retiré du monde. Nel 1728 ha un violento contrasto con il padre generale dell’Ordine e decide di fuggire dal suo monastero di Saint-Germain-des-Prés. La polizia lo cerca e lui con un colpo di genio riesce a ottenere la protezione del cappellano dell’ambasciata d’Olanda fingendo di volersi convertire al Protestantesimo. Con la passione per l’Inghilterra e la tonaca ormai gettata alle ortiche, attraversa la Manica per andare a fare il precettore del figlio di un ricco commerciante della City. Sarebbe una situazione apprezzabile e tranquilla, se non cadesse di nuovo in tentazione cercando di sedurre la sorella del suo allievo.
Sono anni di intensa attività letteraria. Prévost ha capito che per lui l’unica cosa che conta è la scrittura e che tutte le sue sregolatezze in fondo sono legate alla volontà di essere essenzialmente uno scrittore, un uomo che con la penna sa guadagnarsi il pane. Il V, VI e VII tomo dei Mémoires escono in Olanda nella primavera del 1731. Il VII contiene l’Histoire du Chevalier des Grieux et de Manon Lescaut. Quasi contemporaneamente esce, prima in inglese e poi in francese, la prima parte di un nuovo lunghissimo romanzo, Le philosophe Anglais ou Histoire de M. Cleveland, fils naturel de Cromwell, écrite par lui-même.
Ora più che mai le peripezie dei suoi personaggi assomigliano alle sue (o viceversa). Il suo editore Néaulme, temendo di non ricevere i testi alle date stabilite, lo invita imprudentemente a venire a vivere all’Aja, ma l’unico risultato è che Prévost gli seduce la moglie, salvo poi abbandonarla perché distratto dalla passione per un’avventuriera, Lenki Eckhardt, che lo spinge a caricarsi di debiti. Lo scrittore intasca l’anticipo datogli da Néaulme e si rifugia con la Eckhardt di nuovo in Inghilterra, dove con l’editore parigino Didot fonda la rivista Le Pour et Contre, che però non lo fa guadagnare abbastanza da accontentare le crescenti pretese della donna. A questo punto ha la malaugurata idea di falsificare una lettera di credito con il nome di un suo vecchio allievo, ma viene scoperto, condannato per falso e rinchiuso in carcere, dove dovrebbe addirittura essere impiccato ma viene liberato per l’intercessione della sua stessa vittima. Non gli resta che ritornare in Francia, dove ha ancora amici potenti. Il tribunale romano lo assolve e nel 1734 viene reintegrato nella congregazione più “liberale” dei Benedettini, i Cluniacensi.
Apparentemente ha rimesso la testa a posto, diventa cappellano del principe di Conti, che non lo obbliga a dir messa visto che tanto non starebbe ad ascoltarla. Vive da laico e frequenta i salons più brillanti. Scrive sui giornali, nel 1739 finisce il Cleveland, nel 1740 termina Le Doyen de Killerine e un’opera di storia romanzata, l’Histoire de Marguerite d’Anjou, reine d’Angleterre. Ma la relazione con la Eckhardt continua e con essa il bisogno continuo di denaro. Minacciano di arrestarlo per insolvenza e lui per due volte chiede un prestito a Voltaire che glielo nega, proponendogli però di diventare bibliotecario del re di Prussia. Travolto dalla rovina di un giornale scandalistico cui ha avuto la leggerezza di collaborare, sembra perdere definitivamente la sua energia. Alla fine del 1740 esce l’Histoire d’une Grecque moderne, cupa vicenda di dubbi e gelosia, il suo romanzo più amaro. Nel 1742 la Eckhardt si sposa con un borghese e Prévost a 45 anni ritrova definitivamente la calma. Decide di non partire per Berlino, non rientra in convento ma va ad abitare in campagna, sulla collina di Chaillot, con una cagnetta e una cuoca, ma pur sempre con una “gentile governante”. Riduce l’attività di narratore (Mémoires d’un honnête homme, 1743, e Le Monde moral ou Mémoires pour servir à l’histoire du cœur humain, 1760), traduce i tre grandi romanzi di Samuel Richardson (Pamela, Clarissa e Sir Charles Grandison) e le Lettere di Cicerone, cura un dizionario di francese e comincia ad interessarsi di letteratura di viaggio, compilando un colossale monumento come l’Histoire générale des voyages in 15 volumi.
Muore al castello di Saint-Firmin, vicino a Chantilly, il 25 novembre 1763.
Quello in cui escono Mémoires et aventures d’un homme de qualité, Cleveland e Le Doyen de Killerine viene spesso definito il “decennio d’oro del romanzo francese”. Con Prévost occupano la scena Marivaux e Crébillon fils, ma il successo dell’autore di Manon ha del miracoloso.
La semplicità e la perfetta bellezza della sua opera più nota hanno avuto per decenni qualcosa di incomprensibile per i critici, che per superficialità e fretta finivano automaticamente per denigrare tutti gli altri suoi testi[4]. Se fino al Novecento non si riusciva a trovare un legame stilistico e tematico forte fra quel piccolo capolavoro e il suo contenitore, oggi, soprattutto grazie alle indagini di Jean Sgard[5], si tende a vedere nel corpus di Prévost una specie di Comédie humaine con un secolo di anticipo. Un solo romanzo smisurato, una sola raccolta di memorie che si scinde in tante storie separate che a loro volta si suddividono ancora in episodi estremamente vari. È come se Des Grieux, Cleveland e Patrice (protagonista del Doyen) fossero in qualche modo la stessa persona, sempre costretta a fare i conti con l’amore che invecchia, con la gelosia morbosa, con la condizione umiliante e talvolta vergognosa dell’uomo in preda alla passione e con l’impostura sociale che è l’unico modo apparente di progredire in una società corrotta. Come ha suggerito Sgard, sono romanzi-labirinto, concepiti per fare in modo che ci si perda:
Ma penetrare nel cuore, che passa per impenetrabile! Sì, se, malgrado i comuni pregiudizi, delle strade segrete predisposte dalla natura ne aprono l’accesso a coloro che possono scoprirle. Le ho cercate per quarant’anni e lascio al lettore il giudizio sulle mie scoperte[6].
Per molto tempo non si è presa in considerazione la scelta drastica di Prévost di essere solo e sempre un romanziere (a differenza ad esempio di Marivaux). Nonostante le evidenti lungaggini e la narrazione talvolta raffazzonata o goffa, non si può che riconoscergli una notevole veemenza, una grande ricchezza interiore e il continuo tentativo di scandagliare il mondo sotterraneo dei sentimenti utilizzando una tecnica molto particolare che è quella della narrazione in prima persona[7]. I grandi romanzi di Prévost e Marivaux sono “autobiografie romanzesche” e costituiscono l’alternativa narratologica alla forma del romanzo epistolare, che prenderà piede a metà Settecento (oltre ai romanzi di Richardson, ad esempio La nouvelle Héloïse di Rousseau, Les liaisons dangereuses di Laclos, I dolori del giovane Werther di Goethe fino alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo e oltre).
La narrazione in prima persona lascia in dubbio sull’effettiva presenza o assenza dell’autore, che è invece evidente se si usa la terza persona, e Prévost era del tutto consapevole della situazione in cui metteva i suoi lettori:
Chiunque leggerà questa parte funesta della mia storia sarà meglio informato della causa della mia disgrazia di quanto non lo fossi io stesso nel momento in cui mi è capitata. Chi lo capirebbe senza questa chiave? Ma data l’estrema cura con cui da molto tempo ho preparato i miei lettori a questo racconto, essi non troveranno nulla di oscuro nelle tenebre in cui mi vedranno camminare. Godranno chiaramente dello spettacolo delle mie pene. Ahimè! Se avessi avuto allora, per evitarle, i lumi che qui fornisco per farle intendere[8].
Questa intrigante miscela di vita reale e invenzione romanzesca arrivò all’apoteosi quando alla fine del Settecento alcuni biografi raccontarono che lo scrittore, vittima di un colpo apoplettico, era stato portato da un medico che di fronte a un così famoso cadavere aveva pensato di effettuare immediatamente l’autopsia. Lo aveva appena inciso col bisturi, quando il povero Prévost lanciò un grido agghiacciante. Era ancora vivo ed era stato proprio il medico a mandarlo all’altro mondo. Come si dice: se non è vero, è ben trovato, ma di certo è curioso che Prévost anni prima lo avesse già raccontato in un suo testo. Per una volta non in prima persona[9].
[1] Henry Harrisse, L’abbé Prévost: histoire de sa vie et de ses œuvres d’après des documents nouveaux, Calmann Lévy, Paris 1896, pp. 76-77.
[2] Antoine-François Prévost, Le Pour et Contre, 1734, vol. III, p. 39.
[3] Secondo alcuni biografi il riferimento non è però solo alla sua frequente condizione di esiliato ma anche a un suo misterioso soggiorno presso la guarnigione savoiarda di Exilles.
[4] Il principale studio bibliografico è Peter Tremewan, Prévost: An Analytical Bibliography of Criticism to 1981, Grant & Cutler, London 1984. Molto utili per la comprensione generale del periodo sono Jean Ehrard, Littérature française, Le XVIIIe siècle, I (1720-1750), Arthaud, Paris 1974, pp. 201-228; Arnaldo Pizzorusso, Letture di romanzi. Saggi sul romanzo francese del Settecento, il Mulino, Bologna 1990; Béatrice Didier, Histoire de la littérature française du XVIIIe siècle, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2003, pp. 119-131; Nicole Masson, Histoire de la littérature française du XVIIIe siècle, Champion, Paris 2003; La civiltà letteraria francese del Settecento, a cura di Gianni Iotti, Laterza, Bari 2009 e Il romanzo francese di formazione, a cura di Alberto Beretta Anguissola, Laterza, Bari 2009. Più specifici, tra gli ormai numerosissimi contributi: Alan J. Singerman, L’abbé Prévost. L’Amour et la Morale, Droz, Genève 1987; Aurelio Principato, Lo spazio chiaroscurale nei romanzi di Prévost in Scene, itinerari, dimore. Lo spazio nella narrativa del ’700, Bulzoni, Roma 1995, pp. 73-93; Les expériences romanesques de Prévost après 1740, a cura di Erik Leborgne e Jean-Paul Sermain, Peeters, Louvain-Paris-Dudley 2003.
[5] Oltre all’edizione moderna di riferimento Œuvres de Prévost, Presses Universitaires de Grenoble, Grenoble 1976-1986 (8 voll.), Jean Sgard ha dedicato moltissimi studi all’autore di Manon, tra i quali L’abbé Prévost. Labyrinthes de la mémoire, Presses Universitaires de France, Paris 1986; Prévost romancier, Corti, Paris 1989; Vingt études sur Prévost d’Exiles, Ellug, Grenoble 1995; Vie de Prévost (1697-1763), Université Laval, Québec 2006 (rist. Herrmann, Paris 2013).
[6] Antoine-François Prévost, Le Monde moral, tomo VI, in Œuvres de Prévost, cit., p. 289.
[7] Si vedano in particolare Laurence Viglieno, L’âge d’or du roman à la première personne. 1725-1740, in «L’école des lettres», 77 (1985), pp. 15-30; Richard A. Francis, The abbé Prévost’s first person narrators, Voltaire Foundation, Oxford 1993 e Jenny Mander, Circles of learning: narratology and the eighteenth-century French novel, Voltaire Foundation, Oxford 1999.
[8] Antoine-François Prévost, Cleveland, tomo IV, Amsterdam 1744, p. 117 (cit. in Jean Rousset, Forme et signification. Essais sur les structures littéraires de Corneille à Claudel, Corti, Paris 1962, trad. it. Forma e significato. Le strutture letterarie da Corneille a Claudel, Einaudi, Torino 1976, p. 54).
[9] L’episodio è ricordato da Giovanni Macchia in un articolo sul Corriere della Sera del 1963 poi confluito con il titolo Il grido di Prévost in Il mito di Parigi. Saggi e motivi francesi, Einaudi, Torino 1965, ora in Ritratti, personaggi, fantasmi, Mondadori, Milano 1997, pp. 575-580. Il racconto originale è in Le Pour et Contre, 1734, vol. III, p. 144.